Il 30 settembre 1985 il Comune di Varese elesse sindaco il DC Maurizio Sabatini. Tra i nuovi consiglieri vi era Giuseppe Leoni, primo esponente della Lega eletto in un capoluogo. Fece il suo intervento in dialetto.
Umberto Bossi ascoltava tra il folto pubblico. Ero alla mia prima esperienza in consiglio e, forse per istinto, durante le espressioni del leghista, lo interruppi, facendo notare che il suo accento dialettale era quello di Mornago, non di Varese. Al termine di quella dolce serata dal clima ancora estivo, la maggior parte degli esponenti politici sostennero che, ignorandola, la Lega si sarebbe sgonfiata. Non condividevo quel giudizio. Infatti alle provinciali del 1993 il Carroccio prese oltre il 49%. Quando un elettore su due ti vota significa che hai il consenso di operai e imprenditori, intellettuali e analfabeti, artigiani e commercianti, giovani e anziani.
Il partito più vecchio del Parlamento ha cambiato pelle. La Lega del 1993, popolare, autonomista, antifascista, pur con le sue rozzezze anti immigrati e anti meridionali, NON ESISTE PIU’. Fratelli d’Italia è, obiettivamente, un partito centralista.
Mi chiedo, da sempre convinto federalista, quali sono le ragioni che impediscono alle forze progressiste, di mettere radici solide nella regione più popolosa e produttiva del Paese. Dal 1995 il centrosinistra alle competizioni regionali ha proposto come guida esponenti di partito, Martinazzoli e Penati, della cosiddetta società civile, Sarfatti e Ambrosoli, moderati e radicali, Gori e Majorino. Ha sempre perso. Perché? Prima risposta. Il candidato, ancorchè importante, non è la causa delle sconfitte, spesso rovinose. Per trovare risposte convincenti bisogna farsi aiutare dalle grandi personalità. Carlo Cattaneo, il grande lombardo, federalista e liberale, sosteneva che il benessere della Lombardia dipendeva soprattutto “dalle sue mani”.
Nel corso degli anni, in sedi di partito e coalizione, in svariate città, Varese, Milano, Roma, ho tentato di tradurre quella geniale valutazione in proposte concrete, con l’aiuto di intellettuali, politici, sindacalisti, imprenditori.
La libertà, l’etica del lavoro, l’iniziativa individuale, la solidarietà, la sicurezza, l’importanza della piccola proprietà e del risparmio, l’autonomia, sono valori che nella nostra regione hanno robuste radici popolari. Non bisogna diffidare di loro, ma interpretarle in modo moderno e rappresentarle. Consci che abbiamo a che fare con le Lombardie. Almeno 4, come sostiene, giustamente, un recente documento del Pd lombardo. Milano, unica città italiana autenticamente europea, non è la Lombardia. Ha poco più di 1.400.000 abitanti. La Lombardia più di dieci milioni.
Sorprende, in questo documento, la sottovalutazione di due temi rilevantissimi, il lavoro e la sicurezza. E’ una lacuna che va colmata. Si dice spesso che il lavoro è cambiato. Vero. Ma quanti sono consapevoli che in Lombardia ci sono circa 400.000 metalmeccanici? Sicurezza. Quando una famiglia è preoccupata per la figlia che torna dopo le 20 in treno da Milano dal lavoro o dall’Università, ha torto? Ha ragione e, allora, bisogna dare risposte concrete a queste preoccupazioni. Il Governo e la Regione, sorrette da maggioranze di destra, non lo stanno facendo. Così come sottovalutano il peso che inflazione e costo della vita hanno per migliaia di persone. Stupisce, poi, il silenzio sulla più grande fabbrica d’acciaio italiana, sull’orlo del fallimento, le cui conseguenze sarebbero rilevanti per le imprese lombarde.
40 anni sembrano tanti. Rispetto alla Storia sono un soffio. E’ vero, tuttavia, che il Mondo cambia a velocità prima sconosciute. Alle elezioni regionali lombarde c’è, allora, il tempo per portare la sfida al cuore della destra, tanto abile nel parlare ideologicamente ai lombardi, quanto inconcludente.
Una destra, da Trump in giù, principale responsabile di un Mondo insicuro, di nuovi equilibri cercati attraverso le guerre. Una destra che si è radicata in Occidente e non solo. Gli autocrati, da Putin in giù, sono una faccia di questa medaglia. Rispondere con strategie efficaci è un compito difficile. Ma è stato facile passare dal Medio Evo al Rinascimento, organizzare il Risorgimento italiano e la Resistenza al nazifascismo? Questi cambiamenti sono stati possibili grazie al contributo di eminenti personalità capaci, però, di rispondere alle speranze popolari e alle loro aspirazioni di libertà.
Lasciando perdere la retorica. Quante volte abbiamo sentito che “si è fatta la storia” o è “stata riscritta la storia”, di fronte a fatti politici o sportivi ordinari e banali?
Daniele Marantellil
