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Gli amici-nemici cresciuti insieme

Eterni amici-nemici: così sono stati definiti Roberto Maroni e Daniele Marantelli.

 

Accomunati dalle origini varesine, dall'età (due anni di differenza, nato nel 1955 il primo, nel 1953 il secondo), dalla stessa fede calcistica (il Milan) e pure dal fascino per la sinistra. Anche se Bobo da ragazzo era ancora più battagliero, avendo aderito al mondo extraparlamentare.

Poi divisi dai colori della politica matura: verde padano contro rosso vivo.

Eppure questa è la storia di una lunga amicizia: "Profonda, intensa, fondata sulla reciproca fiducia - racconta Marantelli dopo il saluto a Maroni alla camera ardente. -Nel duemila volevo fondare l'Ulivo del Nord e prima ancora scrivevo testi sul federalismo: Maroni stesso ci scherzava su, diceva "se ti avessero dato retta, la Lega non sarebbe nata."- Insieme anche nel 1990 come consiglieri comunali, Marantelli capogruppo Pci (e giovane segretario cittadino), Bobo nella Lega. "Eravamo entrambi all'opposizione ma io avevo già fatto i 5 anni precedenti ed ero più esperto, anche se poi lui ha bruciato le tappe. Mi diceva sempre l'allievo ha superato il maestro". Ancora insieme nel 1993, dopo la tabula rasa di Tangentopoli del 1992, firmarono quella che fu definita la Giunta degli uomini di buona volontà, per molti la migliore della storia recente: "Trovammo l'accordo Pds-Lega in un sabato mattina, poco prima che il tempo per depositare le liste scadesse e si andasse a elezioni anticipate - ricorda l'ex deputato Pd-.

Avevamo un legame di ferro, lui aveva caratteristiche che reputo essenziali: lealtà, coraggio, fantasia". Un rapporto stretto che aveva anche fatto storcere il naso a qualcuno nei reciproci schieramenti. Ma come? Un centrosinistra nordico, un leghismo istituzionale. "Perché Maroni era così, fedele al suo partito, ma non tanto da scardinare le istituzioni, anche nell'elezione del Capo dello Stato Napolitano - dice Marantelli -.

Gli sono stato vicino quando Bossi ruppe con Berlusconi e nel 1996 fece una corsa solitaria perdendo, consentendo la nostra vittoria con Prodi. Mi dispiacque per Bobo che non era d'accordo e fu trattato malissimo. Io c'ero, al Circolo di Casbeno, quando ripartì. E lui c'era quando, dopo due legislature in Regione, decisi di non continuare".

E poi gli sfottò sulle radici locali ("non parlava in dialetto"), i trucchetti per vincere a calcio ("assoldai ex del Varese, gli dissi almeno qui ti batto"). "Ma sui grandi progetti come l'università siamo stati sempre uniti portando a casa il risultato. Lui resta insostituibile, il nostro rapporto unico, irripetibile, se ne va un pezzo della mia vita. Ricordo le serate fino alle 3 a parlare di politica, le pizzoccherate in casa, Radio Varese, le confidenze che tengo per me. Ci capivamo, bastava una parola, a volte uno sguardo".

da Elisa Polveroni, La Prealpina, 25 novembre 2022

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