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Daniele Marantelli: "L'unità del PD necessaria per la tenuta democratica"

Desidero ringraziare Vincenzo Coronetti per la bella espressione che ha voluto usare nei miei confronti nel Suo articolo di domenica sette dicembre: “…persona seria e perbene”. Non è poco di questi tempi per chi fa politica. Dà, tuttavia, ai lettori una notizia infondata. E’ vero che ho votato Cuperlo alle primarie. Non è vero che sono passato “nelle file renziane”, tradendo Bersani per future candidature.

 

La mia biografia politica e istituzionale è nota. Sei anni segretario di sezione, sei segretario cittadino, sette segretario provinciale. Senza mai essere stato funzionario o dipendente di partito, svolgendo la mia professione di lavoratore in un istituto di credito. Per me l’autonomia politica e la libertà di giudizio, compresa quella di sbagliare, sono valori assoluti. Sono stato eletto consigliere comunale, nel 1985, a Varese, e, cinque anni dopo, sono stato rieletto con quasi il doppio delle preferenze. Sono stato eletto in Consiglio regionale, nel 1995, con quasi 4800 preferenze. Nel 2000, sono stato rieletto con oltre il doppio, 10.200. Non è successo a molti.

Probabilmente, non essendo figlio di papà o terminale di lobbies più o meno influenti, il mio lavoro ha convinto un po’ di gente fatta di carne e ossa. Sono esente da vizi e degenerazioni correntizie perché, da segretario e capogruppo, ho sempre, cercato di tenere insieme e unire persone, generazioni, culture diverse tra loro. Con tanti errori, ma, sempre, con il coraggio delle mie idee. L’otto aprile 1994, proprio su La Prealpina, sostenevo che occorresse dare vita al Partito Democratico. Nel corso di un dibattito con Reichlin e Maroni, nella storica sezione romana dei Giubbonari, nel maggio 2007, dissi che non nutrivo grande stima per i miei compagni che erano dalemiani, veltroniani o fassiniani, a seconda di chi fosse il segretario nazionale.

Non so se sia dipeso da ciò che, dal 2006 al 2013, ho fatto il “deputato senza titoli”. So che, pur privo di gradi, l’impegno e la passione politica mi hanno permesso di realizzare obiettivi che attendevamo da anni. Naturalmente, con il gioco di squadra, nel centrosinistra e con le istituzioni, come avvenne per il finanziamento della Pedemontana nella legge finanziaria 2007 del governo Prodi. Sono stato rieletto nel 2008 e nel 2013. In quest’ultimo caso, non perché Bersani, persona che stimo e a cui voglio bene, mi abbia messo nel listino dei nominati, come avvenuto per altri, ma perché ho vinto le primarie. Unico deputato uscente, maschio, a centrare questo risultato nella Circoscrizione Lombardia 2.

Da anni mi battevo affinché il PD investisse su una nuova generazione. Ben prima che Renzi si affacciasse sul palcoscenico della politica nazionale. In particolare, dopo la sconfitta di Veltroni nel 2008. Quel rinnovamento, tuttavia, non ebbe successo. Andrea Orlando, Matteo Orfini e altri non abbandonarono quella strada , dando vita, nel PD, all’area di “Rifare l’Italia”, meglio nota come quella dei “ Giovani turchi”. Lo scorso anno, ho rifiutato, di entrare, su loro indicazione, nell’ufficio di presidenza del Gruppo. Ritenevo fosse giusto responsabilizzare una nuova generazione.

Constatata l’impasse del governo Letta, ho affermato, nelle sedi proprie, in modo trasparente, che occorresse imprimere una svolta, affidando al nuovo segretario del PD Matteo Renzi, la guida del governo. Il 18 febbraio, per problemi di salute, sono stato costretto sul lettino di una sala operatoria. Il 25 febbraio, non per eroismo ma per convinzione, ero a Roma a votare la fiducia del nuovo governo. In questi mesi, ho cercato di dare una mano ai giovani deputati di “Rifare l’Italia”. Nelle scorse settimane, mi hanno chiesto di assumere la responsabilità di coordinare il loro lavoro alla Camera. Di fronte a sfide che fanno tremare i polsi (legge di stabilità, riforma del lavoro, della Costituzione, della legge elettorale, della P.A., della Giustizia), ineludibili se vogliamo affrontare, con successo, la perdurante e drammatica crisi economica e morale, ho deciso di non tirarmi indietro. Per questo, ho accettato la proposta del capogruppo Speranza di fare parte dell’Ufficio di Presidenza del gruppo.

Questi i fatti. Non c’entra nulla Renzi, non c’entrano nulla le future elezioni amministrative di Varese. Capisco che, inseguendo le contorsioni della politica nazionale e locale, la tentazione di mettere tutti sullo stesso piano sia forte. Da Renzi non mi aspetto miracoli. La sua battaglia, in Italia e in Europa, per affermare il primato e l’autonomia della politica su lobbies finanziarie e burocratiche, però, mi sembra tanto sacrosanta che ogni persona di sinistra dovrebbe sostenerla. Da un secolo, il popolo della sinistra chiede ai suoi dirigenti di stare uniti. Da un secolo, e anche in queste settimane, accade il contrario.

Sono convinto che l’unità del PD sia la condizione per la stabilità delle istituzioni democratiche. Di fronte alle fratture del Movimento 5 Stelle e di Forza Italia, il PD deve presentarsi unito all’appuntamento quando si sceglierà il successore di Giorgio Napolitano. Se il PD si dividesse, come un anno e mezzo fa, questa volta, sarebbe a rischio la stessa tenuta democratica e i primi a pagare un prezzo carissimo sarebbero i ceti popolari.

Daniele Marantelli, La Prealpina, 9 dicembre 2014

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