Con gli slogan non si vola

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In un articolo scritto lo scorso luglio su La Prealpina per ricordare Laura Prati, indimenticata Sindaca di Cardano al Campo, uccisa per aver difeso la legalità, mi auguravo che Giancarlo Giorgetti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega, tra le altre, all'aerospazio, si rendesse conto dei rischi che avrebbe corso l'Italia produttiva nelle dure e imminenti sfide internazionali.

A giugno Fincantieri aveva perso in Australia una maxi commessa per la costruzione di navi militari. Il maggior programma finanziato in tempo di pace. Oltre 23 miliardi di euro. Quasi l'intero ammontare del Pil annuale della Provincia di Varese. Sconfitta bruciante tanto più che la fantastica Fremm di Fincantieri perse con la fregata Type 26 degli inglesi di Bae Systems che, per ora, è disegnata sulla carta e solo tra qualche anno la vedremo in mare.

Accanto ad una critica al silenzio del Governo ne esprimevo una anche per quello dell'opposizione, impegnata, sostenevo, ad occupare senza ambizione pezzi di residuo potere in una logica di sopravvivenza. Giudizio troppo severo? Stiamo ai fatti. Dopo la débâcle australiana, settimana scorsa un altro gioiello della nostra industria ha subito negli Stati Uniti un colpo pesante. L'esercito americano ha previsto un imponente programma per l'addestramento che prevede la fornitura di 351 velivoli e 46 simulatori entro il 2034. Il Pentagono ha aggiunto che, sulla base di quel contratto, la loro aeronautica militare potrà acquistare sino ad un massimo di 475 aerei e 120 simulatori.

L'Italia ha partecipato alla gara con il velivolo di Leonardo, presentando un prodotto considerato eccellenza mondiale: l'M346, ribattezzato per l'occasione T-100. Gli altri concorrenti erano la Boeing alleata con la svedese Saab e la Lockeed Martin con la coreana Kai. Non c'è alcuna partigianeria nel sostenere che quella italiana era la macchina migliore. Del resto se l'M346 non fosse un'eccellenza mondiale non sarebbe MAI stato acquistato dall'esigentissimo Israele. Però ha perso. Era scritto.

Negli USA "dell'America First" Leonardo non potrà mai battere Boeing a meno che faccia un'alleanza con loro, come è recentemente accaduto con gli elicotteri. Strategia individuata a suo tempo dall'ex capo di Agusta Daniele Romiti e poi perseguita dall'attuale management.

Non so se e come nei recenti incontri con Trump il Premier italiano Conte abbia perorato la causa italiana degli addestratori. Avrebbe avuto solidi argomenti. Si potrebbe approfondire il tema dei prodotti e della politica industriale. È sempre utile. Sono convinto, tuttavia, che ci porterebbe fuori strada. Anche nel caso degli addestratori, Governo, opposizione, osservatori, forze sociali, salvo lodevoli eccezioni locali, sono rimasti prigionieri di un assordante silenzio che, temo, non aiuti a prendere il toro per le corna.

Seguendo istinto ed esperienza, provo ad affacciare un'ipotesi e, concretamente, a delineare una strategia diversa. Può l'Australia, che sta nel Commonwealth, far vincere la più importante gara di navi militari ad un Paese che ha rapporti privilegiati con la Russia di Putin? Nonostante in quel Paese vi siano specialisti che si chiedono: ha vinto Bae, ma ha vinto anche l'Australia? NO. Può permettersi Trump di vedere soccombere la Boeing in una sfida con un'azienda italiana anche se il nostro prodotto è palesemente migliore? NO. Ecco perché nessun rilievo può essere mosso a Fincantieri e Leonardo in ordine alla qualità dei prodotti che hanno partecipato alle due gare.

Ogni sforzo prodotto dai nostri top player dell'industria rischia di essere vanificato se l'Italia perde peso internazionale. Intendiamoci. Nessun pregiudizio per la consolidata amicizia con gli USA e nemmeno con quella, più recente, con la Russia. Ma poi bisogna fare un bilancio. E farlo per tempo. Con la Brexit l'Europa si priva del più importante esercito continentale. Qualche giorno fa Cina e Russia hanno dato vita alle più imponenti manovre militari comuni dalla fine della seconda guerra mondiale. È in questo nuovo scenario che l'Italia deve giocare le sue carte migliori. Qui sta il cuore del problema e la proposta: incoraggiare la realizzazione del piano di difesa comune europeo. Su quel tavolo le nostre carte migliori sono l'aerospazio, elicotteri e addestratori, e le navi. È inutile, a mio giudizio, recuperare, con enormi risorse nella ricerca, il distacco in altri settori, dove tedeschi e francesi sono molto più avanti di noi.

Se si uccide la nostra industria più avanzata, parlare di crescita, start up e reddito di cittadinanza è un puro esercizio retorico. Mi sbaglio? Se qualcuno ha una proposta più efficace si faccia avanti. Ricerca, nuovi prodotti, contratti da conseguire con nuove alleanze internazionali: questa è la strada obbligata per la crescita, per una occupazione qualificata che ha effetti sicuri nell'indotto.

Se continua la sterile polemica interna, alimentata da esasperati personalismi e, spesso, da insulti e volgarità, siamo destinati all'inconcludenza. I ricercatori, ingegneri, operai, impiegati di Samarate, Vergiate, Venegono, sono un patrimonio del Paese. Gli allievi asiatici, africani, sudamericani che imparano a volare nel cielo delle Prealpi con l'ala fissa e l'ala rotante, costituiscono un prezioso investimento per il futuro, a partire dal valore universale della pace, da preservare e arricchire.

Dai Ministri mi aspetto meno tweet, meno Facebook e più missioni internazionali, più accordi. O Di Maio e Salvini sono convinti che porteremo il Pil al 2% con gli slogan (la manovra del popolo, prima gli italiani) tanto roboanti, quanto impotenti e, magari, esportando un po' più di ottima mozzarella di bufala? Mi auguro meno tweet e Facebook anche dall'opposizione. L'Europa della finanza, dell'austerità e dei banchieri mi eccita come la carne in scatola. Va rilanciata, al contrario, la dimensione ideale degli Stati Uniti d'Europa di Carlo Cattaneo, una nuova Europa federale e dei popoli, con quella maledettamente concreta e popolare che riguarda il futuro di milioni di lavoratori e delle loro famiglie.

Daniele Marantelli