Quando la politica contava - Editoriale di Daniele Marantelli su La Prealpina

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Quando Enrico Berlinguer, segretario del P.C.I., il 15 giugno 1976, nella famosa intervista al Corriere, disse che si sentiva più sicuro sotto l'ombrello della NATO, "strappando" con l'Unione Sovietica, non chiese, preventivamente, il mio parere, anche se ero segretario di sezione.

 

Altri tempi? Si. Leader di riconosciuta autorevolezza internazionale? Non c'è dubbio. La differenza di fondo rispetto ad oggi, tuttavia, al netto di insopportabili insulti, menzogne, tatticismi, piccole furbizie, mancanza di rispetto reciproco, non è questa. Allora, la politica contava. I leader, Enrico Berlinguer, Aldo Moro, avevano un disegno per il futuro del loro Paese. Coraggioso. Da diversi anni non è così. La finanza comanda, i tecnici eseguono, i politici partecipano ai talk show televisivi. Questa affermazione, per chi ha passione politica, è la forma più radicale di autocritica. È però la mia convinzione. Del resto, quei leader, con le loro tormentate riflessioni, ci hanno insegnato che fare i conti con la complessità dei problemi interni e internazionali  è la strada più sicura per combattere le disuguaglianze e rafforzare la democrazia.

Su queste pagine, il direttore del giornale ci ha spiegato che "l'eccesso di strategia comunicativa, spesso, rappresenta una comoda coperta per nascondere il nulla".

Giudizio tanto impietoso quanto ineccepibile. Claudio Donelli è uno splendido giovane di 90 anni. Per questo venerdì sera la sede del Pd, per la presentazione del libro sulla sua vita, si è riempita di tante persone, politici, amministratori, sindacalisti, giovani, che hanno reso omaggio ad un protagonista della sinistra senza cadere in tentazioni nostalgiche e retoriche. Una bella serata. "Comunista varesino" è il titolo, edito dall'amico Macchione. A 13 anni, "lavoratore" della Siai Marchetti. Poi, sindacalista della Cgil, amministratore pubblico, parlamentare del P.C.I., dirigente del movimento cooperativo. È un testo che si legge facilmente. La semplicità del linguaggio, in questo caso, non nasconde il nulla. Ci fa capire che, per alcuni valori, libertà, uguaglianza, onestà, sobrietà, dignità del lavoro, famiglia, una vita vale la pena di essere vissuta. Quei valori Donelli li ha praticati con coerenza, convinto che la politica fosse uno strumento per migliorare le condizioni di vita delle persone e, soprattutto, dei ceti popolari e non una leva per la propria sistemazione individuale.

Leggendo i suoi ricordi, comprendiamo meglio anche questa nostra terra straordinaria.

In meno di quindici anni, una comunità come il Varesotto, distrutta dalle macerie della guerra e della dittatura, poco istruita, prevalentemente contadina, diventa una delle capitali più importanti e moderne dell'impetuoso sviluppo industriale italiano.

Capisce, fin da bambino, orfano di padre, cosa significa "sbarcare il lunario" nella Golasecca del 1941, dove si era trasferito da Milano. Condizione che riguarda, anche oggi, milioni di italiani. Sono 7,3 i milioni di italiani che vivono in condizioni di gravi deprivazioni e l'intensità della povertà assoluta è più accentuata al Centro Nord (dal 18 al 20,8 per cento) che nel Mezzogiorno (dal 19,9 al 20,5 per cento). Potrà stupire, ma questi sono i dati ISTAT relativi al confronto 2015/2016 pubblicati due giorni fa.

Ricercare la verità, andando in profondità, è il miglior aiuto che si può dare ai giovani.

Tu puoi avere centomila follower che su Facebook ti tempestano di "mi piace" se dici che il jobs act  non si deve toccare. Ma questo non ti aiuta a capire la realtà delle persone in carne ed ossa. Quando, nei giorni scorsi, sono andato a Palazzo Giustiniani per un breve incontro con il Presidente Giorgio Napolitano, ho ascoltato valutazioni lontane anni luce dalla superficialità e dalla cattiveria dei social. Speriamo che si riprenda rapidamente, perché abbiamo ancora bisogno della sua autorevolezza.

Anche da lui ho imparato che, per oltre un secolo, il lavoro è stato il valore identitario più importante della sinistra nel mondo. Oggi, e da anni, il lavoro, da solo, non è più uno strumento di redistribuzione del reddito e del potere. La difficoltà della sinistra in Occidente, a mio giudizio, trova lì la spiegazione principale. L'economia, da sola, non dà conto della tenuta civile di una società. Da anni, mi chiedo, non senza angoscia, pensando al futuro dei ragazzi, se diritti e democrazia, in Europa, sono ancora conciliabili fra loro. Riflettendo sull'inquietante vicenda di Cambridge Analytica, mi viene da pensare che, in confronto ad essa, il Berlusconi mediatico che abbiamo combattuto era più innocuo del nonno di Heidi.

Non solo lavoro, dunque, ma dignità del lavoro. Un trentenne, di famiglia operaia o del ceto medio, laureatosi meritatamente con sacrifici, che trova, a Milano, un' occupazione a 800 euro al mese, è un lavoratore. Cosi, almeno, nelle statistiche. Nella realtà, se quel ragazzo deve pagarsi l'affitto della stanza a 400/500 euro al mese, è un povero.

La dignità del lavoro, in quel caso, resta un concetto vuoto, retorico. Dopo di che, a Milano, in centro, negli ultimi due anni, dopo Expo, i redditi da lavoro sono cresciuti in modo impressionante. Non così nella cintura dell'area metropolitana.

L'Italia è percorsa da un sentimento di rancore, dimostrato bene, nei mesi scorsi, dalle ricerche del CENSIS. Due giorni sui giornali e via. Sparito dai giornali. Non nella società. Quel sentimento ha generato una spinta al cambiamento che il 4 marzo ha premiato due partiti: 5 Stelle e Lega. Molti intellettuali e importanti esponenti del Pd, che pure stimo, hanno parlato di forze antisistema. Dissento radicalmente da questa pigra interpretazione. Quando due partiti, insieme, superano il 50% del consenso popolare significa, più semplicemente, che il "vecchio sistema" non c'è più. Prima si riesce a prendere le misure a quello "nuovo", meglio sarà per tutti.

Non intendo fare un'analisi del voto. Riconosco che il mio partito e il centrosinistra hanno subito una disfatta. Mi è chiaro, inoltre, che 5 Stelle al Sud e la Lega nazionalista di Salvini, soprattutto al Nord, hanno saputo dare, per ora, uno sbocco politico al bisogno di protezione.  I 5 Stelle ottengono in Campania 1 oltre il 54%. In Lombardia, alle regionali, il loro candidato Presidente, Violi, supera a malapena il 17%. Fontana, centrodestra, distacca Gori, centrosinistra, di 20 punti. 49 a 29. E con le liste il distacco è persino maggiore. L'Italia, insomma, dal 4 marzo emerge spaccata sul piano politico, geografico, sociale e generazionale. Se è così, si possono dare le stesse risposte in Campania e in Lombardia? Non voglio parlare della crisi post-voto, anche se ho le idee piuttosto chiare. Mi limito ad osservare che il Presidente Mattarella, consapevole degli evidenti limiti politici dimostrati, finora, dai cosiddetti partiti vincitori, sta facendo rispettare in modo impeccabile la nostra Costituzione.

Spero, invece, guardando più alla prospettiva, che le giovani generazioni possano raccogliere l'eredità ideale di Altiero Spinelli e il suo sogno di un'Europa federale e socialista. Continuo a ritenere che anche l'Italia, se vuole premiare il merito e chi crea valore aggiunto in ogni campo, debba darsi un'organizzazione dello Stato federale. Così come dovrebbero fare tutte le forze politiche a partire soprattutto dal Pd.  Un partito popolare, con valori e identità comuni da Livigno a Lampedusa, ma con un'organizzazione flessibile e fortemente radicata nei territori. Costituita da persone autorevoli, preparate, umili e, quindi, rispettate. Bisogna premiare coloro che rischiano e che portano benessere alle loro comunità, bandendo ogni forma di cinismo, conformismo e superficialità. Un laura' se l'è mia fai ben, l'è mia un laura'. Traduco. Un lavoro se non è fatto bene non è un lavoro. Quando la sinistra farà suo questo concetto che, in Lombardia, ha radici antiche e solidissime, saprà, finalmente, entrare in sintonia con i valori di una terra che Claudio Donelli ha saputo rappresentare, nella società e nelle istituzioni, con sobrietà, dignità e onore. A lui, così come a Ivonne Trebbi, staffetta partigiana, cui sono legato da profondo affetto, devo infinita gratitudine perché, con il loro esempio, hanno contribuito alla formazione politica, ideale e culturale, mia e di molti miei coetanei, continuando a costituire una bussola preziosa anche per i giovani di oggi.

Daniele Marantelli

La Prealpina, 29 aprile 2018