Se il partito smarrisce il concetto di comunità

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Abbiamo perso, anzi straperso domenica 4 dicembre, ha detto Matteo Renzi nella sua relazione all'assemblea nazionale del PD, riconoscendo il peso del voto del Mezzogiorno e quello, per tutti noi una ferita particolarmente bruciante, dei giovani.

 

Molti interventi hanno giustamente richiamato il contesto internazionale in cui si è svolto il referendum e la frattura sociale impietosamente scandita dai dati diffusi dall'Istat. Un italiano su quattro sfiora la soglia di povertà.

Nonostante indiscussi risultati che il governo Renzi e il Parlamento hanno conseguito sul terreno dei diritti e le misure adottate per rilanciare la crescita, ad una prima superficiale analisi differenziata del voto, appare chiaro che in quei venti milioni di No abbattutisi come una grandine su un sacrosanto tentativo di riforma delle istituzioni c'è dell'altro.

Non essere riusciti, per esempio, a spezzare il legame tra uno Stato inefficiente, burocratico, corrotto e le corporazioni impegnate ad alimentare un capitalismo specialista nel privilegiare bassi salari e rendite invece dell'innovazione.

Bassa crescita, bassi salari, bassa tecnologia, fenomeni che, con lodevoli eccezioni, l'Italia si trascina da lustri, hanno prodotto ingiustizie sociali non più tollerabili.

Questi temi mi appassionano, ma vorrei, volando basso, soffermarmi sul partito.

Ogni volta che qualcuno all'assemblea si è scagliato contro le correnti e i capi bastone sono fioccati applausi scroscianti. Interventi svolti da protagonisti, in qualche caso, non del tutto estranei a questa logica. Il tema non può essere eluso.

Con un'infrastruttura partito funzionante, forse la riforma della scuola avrebbe potuto essere gestita più efficacemente, Forse le misure adottate da Governo e Parlamento sarebbero potute "vivere" diversamente tra le persone in carne e ossa, La dimensione della lotta politica e della propaganda non è un reperto archeologico.

Che cosa sono oggi i nostri circoli? Sono figlio di operai. Ho fatto, in stagioni diverse, 6 anni il segretario di sezione, 6 quello cittadino, 7 quello provinciale senza, particolare non irrilevante, mai accettare di diventare funzionario-dipendente di partito. Sono deputato e nel compito che mi è stato affidato, tesoriere del gruppo, cerco di fare del mio meglio. Oggi il figlio di un operaio che si avvicinasse ad un nostro circolo potrebbe pensare di diventare sindaco, consigliere regionale, parlamentare? Dubito.

Le nostre energie, invece di essere indirizzate a contrastare l'avversario politico, spesso sono utilizzate contro il tuo amico o compagno di militanza, perché alle future primarie comunali, regionali, politiche sarà lui il tuo avversario. Sbaglio?

Salta così il concetto di comunità. La politica vista non come potente strumento di emancipazione, ma come sistemazione individuale. I cittadini e i giovani se ne accorgono benissimo. E infatti il grado di fiducia nei confronti dei partiti è precipitato sotto il 2%. In questo modo si rischia di minare la base della democrazia.

Riconoscendo che sono tecnicamente inadeguato a parlare di social, mi limito a riflettere su ciò che conosco meglio, provando a dare un contributo a coloro, segretari di circolo, provinciali e regionali, che hanno sulle loro spalle un compito spesso ingrato.

Per battere il correntismo artificiale, privo di cemento ideale e culturale, oltre che di legame con il territorio, la risposta sta nell'organizzare il PD su basi federali. Proposta eretica? Macché. Sta scritta nell'art. 1 dello Statuto. Nessuno, si qui, l'ha attuato e si è incoraggiata la fedeltà di filiera in luogo della lealtà. L'esito referendario, confermando la dannosa legislazione concorrente, non può lasciarci indifferenti. La dimensione nazionale in un Paese così frammentato, incupito, smarrito, va difesa con forza. Ma senza un'intelligente articolazione sui territori che favorisca partecipazione e passione, faticheremo a comprendere la realtà che ci circonda e a sconfiggere sfiducia e disincanto.

Realizzare un partito popolare, riformista, amico dei cittadini, vicino a chi ha bisogno, che insegna ai giovani l'uso corretto dei social, ma anche a leggere una busta paga o un piano industriale è così impossibile? Un partito che ti rimprovera quando sbagli senza esporti al pubblico dileggio, facendoti crescere e accompagnandoti nella tua formazione. Che se ti permetti di parlare con insostenibile leggerezza di "fine vita" ti manda a passare una notte in un centro di sollievo. Eh sì, perché di notte il personale è ridotto e mentre inumidisci le labbra inesorabilmente secche del paziente in coma ricoverato, rifletti e riuscirai a misurare le parole su un tema così delicato.

Gli esempi potrebbero essere tanti. Sono cambiati, in questi anni, diritti umani, sfruttamento del suolo e delle acque, valore del lavoro manuale ed intellettuale. La robotica e l'economia digitale cambieranno il DNA di ciò che per oltre un secolo è stata la base sociale della sinistra: il lavoro. Servirà un nuovo pensiero per l'arrancante sinistra occidentale. Altri intellettuali, pensatori, filosofi, economisti, speriamo ci aiutino.

Intanto, più modestamente, proviamo a colmare la frattura tra politica e popolo con un'innovazione organizzativa spesso enfaticamente evocata ma mai seriamente perseguita. Vuole essere un contributo ad affrontare il tema del partito che Renzi nella sua relazione ha posto senza troppi giri di parole.

Nel corso di un recente confronto con il Presidente della Regione Lombardia, difensore del NO, di fronte ad una platea composta anche da parecchi leghisti, ho sostenuto, battendomi a viso aperto per il SI, che un bambino figlio di un muratore calabrese deve avere lo stesso diritto di aspettativa di vita del bambino di un banchiere milanese. Non ha senso, però, che un bambino calabrese sia portato in un ospedale lombardo per interventi o cure relativamente semplici. Nessuna ambiguità, insomma, sui valori condivisi: libertà, uguaglianza, solidarietà, onestà, merito. Chiara consapevolezza, però, che la leadership sarà tanto più forte e più riconosciuta se è al vertice di una piramide che ha alla base un'organizzazione in grado di praticare l'autonomia politica, programmatica, culturale e finanziaria, antidoto alla degenerazione del correntismo.

Questo è il partito federale. Comporta rischi? Si. Meglio il rischio della pigrizia e dell'inerzia. Ci sono idee migliori? Me lo auguro. Resto tuttavia convinto che senza questa radicale innovazione anche congressi rapidi, lunghi, per tesi, per mozioni o per sorteggio, faranno più fatica a fornire risposte convincenti ad una domanda di fondo che in questi giorni mi sono fatto: democrazia politica e diritti delle persone sono ancora conciliabili tra loro? Credo di sì. Purché il PD, la principale forza riformista del Paese, non confonda l'anarchia con il pluralismo, la fedeltà con la lealtà e sia consapevole che, fuori da ogni boria di partito, è la comunità politica nella quale milioni di italiani ripongono la loro fiducia.

da Daniele Marantelli, L'Unità, 21 dicembre 2016