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Varese si merita Marantelli candidato

Editoriale del direttore de "La Provincia" Andrea Confalonieri

 

Chiunque sia cresciuto in questa città e non su Marte, o abbia fatto almeno un passettino in mezzo alla gente uscendo dalle stanze e dalle trame di partito, sa perfettamente che uno dei pochissimi politici accolto con una pacca sulla spalla e un sorriso familiare da un ultrà del Varese come al circolino di Casbeno o in mezzo agli alpini alla Festa del Campo dei Fiori è Daniele Marantelli.

Nessuno ma proprio nessuno, qui l'ha mai considerato un politico vecchia o nuova maniera (sempre che debba esistere una distinzione tra vecchio e nuovo per giudicare cos'è buono o cattivo), ma semplicemente un varesino, un compagno (di chiacchiere, di partitelle, d'incazzature o momenti da ricordare), una persona capace di spendersi con gli altri cancellando le distanze, i ruoli, le gerarchie, l'appartenenza a una vita di governo o d'opposizione.

Un anno dopo la nascita de "La Provincia", eravamo più o meno nell'ottobre del 2006, comparve simultaneamente sul nostro cellulare e su quello di Francesco Caielli lo stesso identico messaggio: "Voi dello sport trattate le vicende di Varese come se scriveste per un quotidiano nazionale. Ma con il cuore". Non aveva nessun tornaconto, o conto da saldare, e non c'era nessuna conoscenza personale per giustificare quelle poche righe scritte di getto da Daniele Marantelli in cui dimostrava cose forse ovvie ma rare: la partecipazione e l'emozione di un lettore uguale a tutti gli altri. Nessun fine preciso se non quello di dover per forza esternare quello che aveva provato dentro.

E' ridicolo e offensivo che una persona simile, sempre con qualcosa da dire o da dare alla città e agli altri (avversari compresi) al di là delle sue convinzioni, venga trattata dal suo partito come una zavorra e non un'occasione, quindi costretta a fare un passo indietro dalla candidatura a sindaco di Varese.

"ero pronto ma la disponibilità non ha più ragione d'essere: volete volti nuovi, io mi tiro indietro" ha scritto Marantelli al segretario cittadino del PD, Luca Paris. Che avrà girato la missiva a chissà chi di dovere (ma non vogliamo neppure sapere i nomi, cavoli loro: restino chiusi dietro le quinte maledette), senza aggiungere probabilmente quello che tutti pensano, e che noi siamo qui apposta per ricordare.

Quel brivido di poter sfondare nella roccaforte varesina si chiamava e si chiama Daniele Marantelli, lo sanno tutti, da una parte e dall'altra: perché negare di viverlo a chi forse l'avrebbe votato e anche a chi avrebbe forse votato in maniera ancor più convinta i suoi principali rivali? Perché togliere agli uni il candidato varesino ideale per vincere e agli altri l'avversario perfetto da battere per poter ottenere il successo forse più grande e definitivo? Perché avere il migliore e farlo sedere in panchina? Perché opporre puerili motivi di gioventù a chi è giovane dentro più di tanti giovani, e lo è anche fuori: nell'aspetto, nelle idee, nel coraggio? Perché scippare a Varese la sfida che si aspetta, che cerca e si merita, eliminando il candidato a primo cittadino che avrebbe costretto tutti quanti a puntare su personaggi di altrettanta stazza, profondità e capacità? Perché rottamare la speranza? Perché permettere ai giochi e agli equilibri di partito di rovinare la vera passione politica, fatta di uomini e donne che credono in quello che fanno? Fatta di persone come Daniele Marantelli.

da Andrea Confalonieri, La Provincia, 3 giugno 2015

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