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Marantelli interviene in aula sui rapporti tra Italia e Svizzera: frontalieri, segreto bancario, Arcisate-Stabio

Signor Presidente,

lo scorso Aprile, sei mesi fa, il gruppo del Partito Democratico ha presentato una mozione che aveva l’obiettivo di individuare uno strumento concreto per consentire al Governo di esaminare e risolvere i problemi di migliaia di lavoratrici e lavoratori che ogni giorno attraversano i confini nazionali per prestare la loro attività lavorativa all’estero con il permesso di frontaliere.

 

I frontalieri (di loro anche oggi ci occupiamo come stiamo facendo da anni) devono fare i conti con una serie complessa di problematiche, di natura fiscale, previdenziale, di sicurezza sociale e regolazione del lavoro. Si tratta di oltre 80.000 persone. E’ un fenomeno che riguarda il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, Trento, Bolzano, Friuli e Romagna, perché da queste aree partono quotidianamente per andare a lavorare soprattutto in Svizzera, ma anche in Francia, Austria, Slovenia e San Marino. Si tratta di un dato strutturale del mercato del lavoro che, dopo cinque anni consecutivi di recessione dovuti ad una finanza impazzita che si è divorata l’economia reale e migliaia di posti di lavoro anche nel nord del nostro Paese, ha svolto una sorta di compensazione di fronte a tassi di disoccupazione che nelle nostre realtà non conoscevamo da anni.

Con questa mozione desideriamo porre l’attenzione in particolare per quei cittadini italiani che prestano la loro attività in Svizzera, soprattutto nel Canton Ticino e Canton Grigioni e che sono quasi 60.000.

E’ facile intuire quale rilevanza questo fenomeno assume per Province come Varese, Como, Sondrio (Lombardia) Verbania Cusio Ossola (Piemonte).

E’ attualmente in vigore, per quanto attiene la materia di disoccupazione dei lavoratori frontalieri in Svizzera, la legge n. 147/1997. Ai fini dell’attuazione di quanto previsto dall’accordo fra Italia e Svizzera sulla retrocessione finanziaria prevedeva l’istituzione presso l’INPS di una gestione separata per provvedere alla corresponsione dei trattamenti speciali di disoccupazione in favore dei lavoratori frontalieri italiani divenuti disoccupati in Svizzera, a seguito di cessazione, non a loro imputabile, del rapporto di lavoro.

La durissima crisi economica che fece sentire i suoi morsi sin dal 2008, anche se c’era chi sosteneva che in Italia in quel periodo i ristoranti erano strapieni e gli aeroporti al collasso perché assediati da turisti, indusse i Governi di diverse nazioni ad adottare provvedimenti  di salvataggio dei loro sistemi finanziari. Per cercare di arginare una crisi economica drammatica, Governi, Parlamenti, banche centrali, hanno dato vita a nuovi meccanismi di regolazione dei mercati finanziari per contrastare le tendenze speculative e per risanare il debito pubblico.

Non è forse il momento e la sede per esprimere giudizi sugli sforzi compiuti dai paesi dell’area euro per contrastare una crisi molto condizionata dal debito pubblico; va detto però che la miscela austerità/recessione ha avuto effetti pesantissimi sull’occupazione.

A noi interessa, per il tema di oggi, considerare le conseguenze delle decisioni sulle politiche anti evasione e contrasto alla fuga dei capitali.

La Svizzera ha ampliato il modello degli accordi sulla doppia imposizione fiscale, integrandolo con l’articolo sull’assistenza amministrativa e lo scambio d’informazione, conforme allo standard dell’OCSE, per contrastare l’evasione fiscale.

Nel 2011 per esempio Germania e Regno Unito hanno stipulato una convenzione con la Svizzera sulla tassazione alla fonte  delle attività finanziarie detenute da propri cittadini o persone fisiche residenti che hanno investito o depositato capitali in Svizzera. Per i tedeschi la tassa è del 26,3 per cento. Per i cittadini britannici oscilla tra il 27 e il 48 per cento.

Sulla base di questi accordi la Svizzera  otterrebbe il mantenimento del segreto bancario, il vero cuore del problema, e svariati vantaggi per l’accesso delle proprie banche sul territorio tedesco e britannico.

Per pudore evito di ricordare quanto chiesto dal Governo Berlusconi e dal Ministro Tremonti in occasione del provvedimento sullo scudo fiscale ai cittadini italiani che avevano fondi all’estero. E’ sicuro che i due terzi dei capitali italiani evasi sono rimpatriati dalla sola Svizzera. Stiamo parlando di circa 120 miliardi di euro.

Noi non sottovalutiamo il peso che riveste il segreto bancario per la Svizzera. E’ tuttora acceso in questo Paese, amico, il confronto fra forze politiche e banchieri.

Sappiamo con certezza quali sono stati gli effetti del cosiddetto scudo fiscale. Difficoltà di rapporti fra Paesi che pure hanno enormi interessi e relazioni politiche, economiche, culturali, ambientali, consolidate. Espresso un giudizio severo sul comportamento del Governo italiano e sulle modalità, inutilmente poliziesche, con le quali ha gestito le misure contenute nel cosiddetto scudo ai valichi e alle dogane, è necessario richiamare anche alcune ritorsioni, inaccettabili, organizzate in Canton Ticino.

La più odiosa è stata di gran lunga la campagna razzista orchestrata dall’UDC Ticinese, definita balairat, contro i nostri frontalieri. Noi l’abbiamo contrastata con durezza e desideriamo ringraziare le forze politiche di oltre confine, soprattutto il Partito Socialista, che hanno reagito con forza anch’esse.

Un’altra decisione inaccettabile era stata il blocco dei ristorni del prelievo fiscale che aveva suscitato grande preoccupazione tra i comuni di confine destinatari  di queste risorse preziose per le loro comunità.

Noi ci siamo sempre adoperati per allentare le tensioni e affrontare i problemi con spirito amichevole nei confronti, in particolare, del Canton Ticino.

Sapevamo bene che l’interruzione delle trattative fra Italia e Svizzera per regolare le questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, avrebbe avuto conseguenze negative. Per questo il PD ha sempre spinto per riprendere il dialogo.

Abbiamo presente un dato di fondo. L’interscambio fra Italia e Svizzera ammonta a 29 miliardi di euro, quasi sei volte l’interscambio che il nostro Paese ha con un assoluto protagonista mondiale quale è l’India. L’interscambio determina un saldo di quasi due miliardi di franchi svizzeri a favore del nostro Paese.

La trattativa fra Italia e Svizzera per evitare le doppie imposizioni fiscali è ripresa.

Siamo consapevoli della complessità dei problemi da affrontare.

Solo mago Zurlì poteva immaginare che grazie ad un fulmineo accordo con la Svizzera avremmo avuto le risorse per eliminare l’IMU.

Non c’è nulla di irriguardoso in questa espressione. Anzi. C’è il ricordo, ancora vivo, di un Berlusconi in forma strepitosa che in campagna elettorale racconta a milioni di italiani quella banalità. Del resto, si sa, le campagne elettorali si vincono spesso raccontando banalità.

Difficile oggi prevedere quale sarà l’esito delle trattative in corso e quando si concluderanno.

Auspichiamo che, almeno da parte nostra, si compia ogni sforzo per abbattere incomprensioni, pregiudizi.

Faccio un solo esempio concreto. Si stanno creando tensioni in ordine al collegamento ferroviario italo-svizzero  Arcisate/Stabio. Gli svizzeri sono in fase avanzata. In Italia i cantieri sono fermi. Si tratta di realizzare nella parte italiana 8,2 km di ferrovia. Un’infrastruttura preziosa che consentirà di collegare l’Italia con il cuore dell’Europa, da Lugano verso la Germania, da Varese verso Malpensa, finanziata nel 2008 dal Governo di centro sinistra.

Da gran tempo i cantieri sono fermi, perché nel materiale escavato si è scoperto l’esistenza di arsenico.

Scoprire che nelle nostre montagne sia presente l’arsenico è un po’ come scoprire l’esistenza dell’acqua calda. Abbiamo prodotto, al riguardo, interpellanze, interrogazioni. L’ultima risposta del Governo in ordine di tempo non ci ha convinti, non mi ha convinto. Si è inteso in qualche modo scaricare le responsabilità dello stallo sulla Regione Lombardia. E’ ben vero che la Regione Lombardia può e deve svolgere una funzione importante per agevolare la ripresa spedita dei lavori. Desidero però ricordare con franchezza che questa opera è frutto di un accordo fra i due Stati. Oggi, oggettivamente i giudizi degli svizzeri su di noi non sono lusinghieri a causa dei ritardi accumulati. Difficile dar loro torto. Insisto, si tratta di realizzare 8,2 km di ferrovia e non la muraglia cinese.

Per questo colgo l’occasione, pur consapevole del groviglio di problemi che il Ministro delle infrastrutture deve dipanare, per invitare il Ministro Lupi a cambiare passo.

I protagonisti principali della vicenda non sono molti. Sono 3, il Ministro Lupi, il Presidente della Regione Maroni, l’amministratore delegato di RFI Moretti.

Fatico a immaginare che attraverso un’azione coordinata fra questi tre protagonisti non si possa convincere l’impresa che si è aggiudicata l’appalto a riprendere i lavori.

Noi siamo rispettosi delle prerogative di ciascuno. Per questo al Presidente della Lombardia ho potuto rivolgere un invito, per quanto caldo, solo informale. Al Ministro Lupi ci permettiamo di chiedere formalmente un’azione più incisiva.

Se il suo impegno di governo sarà direttamente proporzionale alla passione e all’impegno dedicati in questi mesi alle vicende interne del suo partito sono certo che la vicenda possa essere sbloccata. Anche se temo che l’opera  non sarà conclusa in tempo utile per l’Expo 2015.

Le popolazioni locali stanno pagando un prezzo alto. Cantieri fermi, viabilità locale sconvolta. Non esistono comitati NO Arcisate/Stabio. Gli amministratori comunali hanno dato prove ripetute di leale collaborazione. Così come i sindacati. Si imprima allora una svolta, contribuendo anche per questa via, a diradare le diffidenze che oltre confine nutrono verso l’Italia.

Gli accordi bilaterali Svizzera-Unione Europea entrati in vigore il 1 giugno 2002 riguardano libera circolazione delle persone, trasporti terrestri, trasporto aereo, ricerca, commercio di prodotti agricoli, appalti pubblici, ostacoli tecnici al commercio.

L’accordo sulla libera circolazione delle persone ha introdotto nuove disposizioni riguardanti il diritto di entrare, soggiornare, svolgere attività lavorativa in Svizzera tant’è che dal 2007 è stato abolito l’obbligo di residenza nelle fasce di confine (20 km) un tempo necessario per ottenere il permesso di lavorare come frontaliere.

Nelle more di una trattativa che, ripeto, sappiamo essere complessa, proponiamo di circoscrivere e aggredire il problema dei frontalieri con la nostra mozione. Pensiamo che si debba giungere all’approvazione di uno statuto dei lavoratori frontalieri che, come viene ricordato nel testo, definisca un quadro di diritti e doveri chiari legati a questa peculiare condizione di lavoro, dando soluzione ai problemi generati principalmente dalla mancanza di un regolamento specifico.

Gli uffici dell’INPS delle Province di confine con la Svizzera a partire dal mese di settembre 2012 hanno sospeso l’erogazione dell’indennità speciale di disoccupazione ai frontalieri, sostituita con la disoccupazione ordinaria.

Noi siamo convinti che le somme residue sulla gestione istituita presso l’INPS, come previsto dalla ricordata legge 147 del 1997 e che ammontano a circa 270 milioni di euro, devono essere  tenute separate da altri tipi di gestione.

Per essere precisi, le somme che sono state versate per essere destinate al fondo di disoccupazione speciale devono essere utilizzate a questo fine anche se gli accordi bilaterali non sono più in vigore, per un comprensibile principio di giustizia sociale.

Dal gennaio 2014, inoltre, tutti i lavoratori frontalieri esclusi, quelli compresi nei 20 km, non avranno alcuna franchigia.

Ciò ha già creato problemi quest’anno perché hanno dovuto anticipare l’acconto 2014 pagando un vero e proprio salasso.

E’ opportuno, questo chiediamo al Governo, che la legge di Stabilità preveda, in via definitiva, la franchigia con la relativa copertura.

L’economia transfrontaliera sta conoscendo sensibili trasformazioni. Ha fatto bene il Presidente del Consiglio Enrico Letta, nel suo intervento alla Camera in occasione dell’ultimo voto di fiducia, a sottolineare le difficoltà che incontrano le imprese italiane operanti nelle zone di confine. La tassazione e gli adempimenti burocratici richiesti alle aziende che decidono di investire in Svizzera, così come in Austria e Slovenia, e persino in Francia sono nettamente diversi e migliori rispetto al nostro Paese. Le sirene d’oltre confine si fanno sentire con pacchetti chiavi in mano in uno scenario di stabilità. Non si può far finta di niente. Oltre dieci anni fa in Lombardia ci siamo inventati un provvedimento legislativo che ha permesso lo sconto sul prezzo della benzina nelle realtà vicine al confine. Una misura intelligente che non ha compromesso le entrate fiscali per lo Stato italiano, perché la diminuzione dell’accisa è stata ampiamente compensata dal maggior volume del venduto. Un’idea tanto semplice, quanto efficace. A mio giudizio occorre elaborare una strategia originale anche per contrastare il rischio, reale, di un nostro impoverimento produttivo.

Un Partito federale, radicato nel territorio serve per conoscere la realtà del Paese. Capisco che a Roma l’interesse per poche decine di migliaia di lavoratori sia ovviamente più freddo rispetto a quello per milioni di lavoratori.

E però è nostro dovere far comprendere l’importanza di questo tema. Quanti, anche tra coloro che hanno responsabilità di governo, conoscono i vantaggi dell’interscambio fra l’Italia e la Svizzera? Anche per questo proponiamo di approvare uno statuto dei lavoratori frontalieri e chiediamo al Governo l’apertura di un tavolo di confronto con le rappresentanze sindacali, le regioni e le istituzioni locali interessate.

Diverse figure professionali, non solo addetti all’edilizia, si spostano quotidianamente a lavorare  in Canton Ticino. Un partito popolare, come il PD sa che deve spazzar via le accuse di presunti privilegi di cui queste persone godrebbero.

Quando ci si confronta con gli svizzeri occorre farlo con apertura, ma anche con la schiena diritta.

Una strumentista che lavora in sala operatoria dell’Ospedale di Lugano guadagna di più rispetto ad un Ospedale di Como. Ma quanto lo Stato italiano ha dovuto investire affinché questa strumentista dia risultati così brillanti a Lugano?

Ecco, anche questo dobbiamo considerare nel confrontarci con gli amici svizzeri.

Siamo perfettamente consapevoli che questo tema può apparire di scarsa rilevanza rispetto agli enormi problemi del Paese. Ma proprio chi è convinto che viviamo una crisi di sistema e che per abbattere la spesa corrente occorrerebbe applicare rigorosamente i costi standard, dalla sanità ai trasporti, sa che senza il necessario tasso di concretezza la politica degrada a chiacchiera impotente. Per questa ragione avanziamo al Governo una proposta concreta pronti a fornire ai ministri competenti l’apporto di un partito popolare, riformista, radicato anche nei territori situati nelle zone di confine.

Pronti a raccogliere proposte di altri gruppi sensibili ai problemi che ho cercato di illustrare.

Affezionati all’idea che il nostro compito non è quello di limitarci a denunciare i problemi ma a risolverli, soprattutto quando si tratta dei diritti e della dignità di migliaia di lavoratori.

 

 

Roma, 14 ottobre 2013                   

 

                                                                           On. Daniele Marantelli

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